Non si contano i baci (considerazioni a margine del carme V di Catullo)



Vivamus mea Lesbia atque amemus,
Rumoresque senum severiorum
Omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt,
Nobis cum semel occidit brevis lux
Nox est perpetua una dormienda.
Da mihi basia mille deinde centum
Dein mille altera dein secunda centum
Deinde usque altera mille deinde centum.
Dein cum milia multa fecerimus
Conturbabimus illa ne sciamus
Aut ne quis malus invidere possit
Cum tantum sciat esse basiorum.

Mej nèn savèj, diceva nonna Mirina, riecheggiando inconsapevolmente il ne sciamus di questo carme di Catullo (v.11), l’invito a non sapere (il numero dei baci) per proteggere la felicità dei due innamorati dall’invidia malevola degli altri.

Ma l’essenziale sulla condizione umana Catullo lo sapeva benissimo e lo enuncia con l’impassibilità dei verbi all’indicativo nella frase che occupa i vv.4-6 del carme V del suo libellus, ponendo in antitesi il tempo circolare della natura, in cui incessantemente si alternano tramonti e albe, con quello lineare della nostra vita che non conosce ritorno, e la cui breve luce si spegne nell’unica infinita notte della nostra morte.
L’esortazione a vivere e amare con cui si apre il carme, e il successivo comando: “Dammi mille baci, poi cento”, ripetuto tre volte, nascono da questa consapevolezza del destino umano e contro questo sfondo perdono ogni traccia di leziosità o sdolcinatezza. Ma Catullo sa che le gioie della vita sono fragili, sono minacciate anche dagli altri – dalle chiacchiere ostili dei vecchi, dal malocchio – per questo bisogna tenerle nascoste, goderle in segreto, non vantarsene, e soprattutto non tenere i conti, perché la vita non è un bilancio da far quadrare: la vita va vissuta e basta, fino in fondo, nel miglior modo possibile, con intensità e ironia, con passione e distacco – perché non torna indietro, e non ritorna.

Quella che ritorna è invece la poesia, o meglio la musica dei versi, che il ritmo cadenzato del falecio scolpisce nella memoria. Il falecio è un verso lirico greco introdotto nella letteratura latina proprio nel I sec. a. C. dai poeti neoterici, i “nuovi” poeti tra cui si colloca appunto Catullo, un’avanguardia “ribelle” alla tradizione romana e affascinata dai poeti ellenistici, da un nuovo tipo di poesia, non più impegnata politicamente e moralmente e impegnativa nelle dimensioni, ma leggera, breve, dedicata all’espressione dei sentimenti personali. E un nuovo tipo di poesia aveva bisogno ovviamente di metri nuovi: così gli autori latini adottano anche i versi della lirica greca, facilitati dal fatto che il latino aveva una metrica quantitativa come il greco, non accentuativa come ad esempio l’italiano. In italiano il ritmo poetico è dato dall’alternarsi di sillabe accentate e non accentate, mentre nelle lingue classiche contava la “quantità” (ossia la durata) delle sillabe, e il ritmo si creava con l’alternarsi di sillabe brevi e lunghe secondo vari schemi, i metri appunto. Il verso adottato qui da Catullo, il falecio, è un verso di undici sillabe che però Catullo arriva a dilatare fino a tredici, utilizzando sapientemente la sinalefe, nel v.9: così anche un fenomeno metrico, tecnico, si carica di significato, “raffigura” il numero crescente di baci che i due amanti si scambiano e la dilatazione del tempo donata dall’amore.
E a proposito di baci, il termine usato qui dal veronese Catullo è basia, forma settentrionale, dialettale, di uso colloquiale e popolare: nel latino di Cicerone si diceva osculum. La “ribellione” neoterica tocca anche il lessico, un lessico nuovo e fresco e vincente – come dimostra il fatto che nelle lingue romanze, figlie del latino, osculum è scomparso, e sono i discendenti di basia (l’italiano bacio, i francesi baiser, bise, l’occitano basin) a designare il bacio.

Un altro aspetto da sottolineare di questo testo è… il fatto che sia giunto fino a noi, lettori di 2000 anni dopo – un fatto che riguarda tutta la letteratura antica a noi nota, e ha del miracoloso. Un miracolo reso possibile da una ininterrotta catena di ricopiature, che costituisce la tradizione manoscritta di un testo: l’autore antico scriveva a mano la sua opera su un rotolo di papiro (o la dettava a uno scrivano) e le “case editrici” dell’epoca ne facevano copie manoscritte su richiesta di lettori o biblioteche. Va da sé che non possediamo nessun manoscritto originale di un autore latino o greco, solo copie di copie di copie… e che due sono stati i fattori determinanti nella trasmissione dei testi antichi: la “fortuna” dell’autore, l’interesse che i suoi scritti hanno continuato a suscitare nei lettori lungo il corso dei secoli, e la fortuna intesa come sorte, o caso, che ha salvato materialmente (da incendi, alluvioni, topi…) i rotoli prima, e i codici poi, su cui le opere erano scritte. Il passaggio, avvenuto tra II e IV sec. d.C., tra i due diversi tipi di supporti scrittorii, i rotoli formati da un solo lungo foglio arrotolato su un’asticella detta volumen e i più pratici codici, formati da tanti fogli di pergamena sovrapposti e “cuciti” insieme, ha rappresentato un momento critico, una prima “strozzatura” nella tradizione manoscritta: i testi ricopiati su codice hanno continuato a essere letti e trasmessi, gli altri no. Lo stesso avverrà mille anni dopo, con l’invenzione della stampa: solo se passeranno dal manoscritto alla stampa le opere antiche avranno circolazione e diffusione. Lo stesso potrebbe avvenire in futuro, se un giorno la carta stampata sarà del tutto soppiantata dai byte: solo le opere “trasferite” in formato elettronico si salveranno e verranno tramandate ai posteri.

Sempre che una qualche “catastrofe inaudita”, di sveviana memoria, non ponga prima fine alla presenza dell’essere umano sulla Terra, e condanni all’estinzione la nostra specie e tutta la cultura, l’arte, la musica, la poesia create nei millenni...

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