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Il colle del Melogno

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Erano partiti ugualmente, al mattino, nonostante il freddo intenso (normale, del resto, a dicembre) e le strisce di nuvole grigie che attraversavano il cielo; intirizziti, ma attentissimi, avevano visitato i paesini di fondovalle, in cui si mescolavano alla rinfusa tracce di un antico splendore (alcuni palazzotti in stile liberty, un tempo alberghi rinomati),  segni inequivocabili di decadenza e di abbandono (case dai muri scrostati, senza finestre, sui cui tetti crescevano cespugli), tentativi mal riusciti di restauro e  modernizzazione (porte e serramenti in alluminio anodizzato, la superstrada che sfregiava la conca con i suoi ponti e invitava i turisti frettolosi a passar oltre, senza guardare, per raggiungere località più alla moda, più affollate e rumorose, dove fosse più facile stordirsi e dimenticarsi). Seguendo il corso del fiume, parzialmente gelato, si erano inoltrati in una gola rocciosa, rivestita da una colata di stalattiti di ghiaccio, ora lucido ora brinato, ch...

"I 23 giorni della città di Alba", tra storia e letteratura - 1

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Fin dalla prima volta che ho letto questo racconto, sapendo che lo scrittore Beppe Fenoglio è stato partigiano e ha combattuto sulle Langhe, sono rimasta sconcertata dal modo così scandalosamente distaccato, antieroico, addirittura feroce con cui egli racconta qui quelle giornate, e ho cercato di immaginarmi le reazioni dei primi lettori nel 1952, quando il racconto fu pubblicato, nell’ingorgo delle ideologie che la vicinanza cronologica ai fatti non decantava. Lo scrittore, con questo racconto, è risultato sicuramente scomodo, indigesto, ostico a quanti alla lotta di liberazione avevano partecipato e creduto, perché ne metteva spietatamente in luce i lati negativi: la disorganizzazione, la mancanza di motivazioni ideali in molti partigiani, le loro paure e debolezze, la diffidenza della popolazione nei loro confronti. Come si permetteva ad esempio – si saranno chiesti i primi lettori – di usare la parola “ carnevale ” per descrivere la sfilata dei partigiani nelle vie di Alba, o di sc...

Guerra e scrittura in Nuto Revelli: un convegno a Cuneo

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“Raccontare le guerre” era il titolo della seconda sessione del  convegno   organizzato a Cuneo il 5/6 ottobre 2019 dalla Fondazione Nuto Revelli in occasione del centenario della nascita dello scrittore, che tutti i relatori avevano conosciuto di persona. Particolarmente coinvolti quindi, e coinvolgenti, i loro interventi. Ha aperto la sessione il   prof. Bonanate   dell’Università di Torino, parlando di quello che lui considera il libro più importante di Nuto,   Mai tardi   (Einaudi, Torino 1967), diario della guerra in Russia. Più che un diario, una tragedia classica, con valore universale: il resoconto di una “discesa agli inferi” attraverso gli “stadi” della guerra tradizionale, della drammatica ritirata, del rovesciamento e tradimento delle alleanze, della guerra civile. Il sottotenente Revelli, uscito dall’Accademia Militare di Modena, capisce in fretta che “guerra” significa “uccidere per non essere ucciso”, e che è una sconfitta per tutti, anche pe...

Improvvisi e preludi, di Giannino Balbis

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Poesia “dolorosa ma vera”, quella di Giannino Balbis. Talmente dolorosa che deve fingere di giocare con le parole – e ricorre ai calembours, attinge a tutte le varietà linguistiche dell’italiano, conia parole inesistenti sommandone due con un trattino, fa dell’ironia e della musica (fin dal titolo) – per smussare l’atrocità del dire. Del resto, come insegna Pessoa: «Il poeta è un fingitore / finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente»… Nasce così un gioco di specchi, di rifrazioni continue fra realtà e letteratura, fra  Erlebnis  e  Dichtung , in cui la seconda è il filtro – ora ironico, ora pietoso – che permette di “guardare”, di interrogare la prima, se non di accettarla, e il vissuto è ciò che evita alla poesia di risultare esangue e freddamente erudita, la rende palpitante di umanità, ricca di “motivi” e quindi davvero polisemica e inesauribile, aperta alle più varie interpretazioni – di cui la qui presente è solo un po...

Sull'orlo del tempo con Giuliano Ladolfi

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L’orlo del tempo : un titolo intensamente poetico per un romanzo tenero e delicato, malinconico ed elegante, che attraverso la vita di tre personaggi e i loro rapporti dipinge l’affresco di una generazione e di un’epoca, gli anni che vanno dal 1968 al 2008. Sono anni caratterizzati da profondi mutamenti economici sociali e filosofici (il passaggio da un mercato nazionale a un mercato globalizzato, la contestazione giovanile, l’irruzione del relativismo), qui colti da una prospettiva “privata” e “provinciale”. Ambientato quasi interamente nel Piemonte orientale, tra Borgomanero e Stresa, il romanzo vale anche come testimonianza della trasformazione di un tessuto sociale che i personaggi sembrano subire senza riuscire a coglierne gli elementi di positività, legati come sono alla loro adolescenza, al rifiuto di invecchiare, alla permanenza del passato: attaccati come sono –  verrebbe da dire – all’ orlo del tempo , nel tentativo impossibile di fermarlo. Nel romanzo, suddiviso in quatt...

Commentario siracusano

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Ciascuno ha la sua Mecca. Un luogo dove andare in pellegrinaggio almeno una volta nella vita. Per me, quel luogo è il Teatro Greco di Siracusa, durante il ciclo di rappresentazioni classiche organizzate dall’INDA, l’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Quest’anno, per la 53° edizione del Festival, vengono messi in scena I Sette contro Tebe di Eschilo e Le Fenicie di Euripide, due tragedie ‘gemelle’, legate allo stesso episodio del Ciclo tebano, lo scontro mortale tra i fratelli Eteocle e Polinice, figli di Edipo e della moglie-madre Giocasta. Non ha senso esporre la trama di una tragedia greca, perché il centro dell’interesse dell’autore antico e del suo pubblico non è mai il “che cosa”, l’argomento mitologico già ben noto a tutti, ma il “come”: l’interpretazione, il taglio, il montaggio che ne viene dato. Nella versione di Euripide è Giocasta a ‘raccontare’ nei dettagli il mito, a partire dalla fondazione di Tebe da parte del fenicio Cadmo, bisavolo di suo marito Laio, fino alla n...

Nel nome dei padri: "Nìvole da prim" di Remigio Bertolino

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  Ripeness is all   – sostiene Shakespeare – e maturità significa ritrovare o riconoscere i propri padri, confrontarsi col padre, come fa Remigio Bertolino in questa sua ultima raccolta,   Nìvole da prim, Nuvole di primavera , Interlinea edizioni, Novara 2019, che ne segna la piena maturità letteraria. I versi sono infatti affollati, oltre che di nuvole, di figure paterne, dai “padri” poetici, i trovatori provenzali – come Bertran de Born o Marcabru esplicitamente citati – al padre anagrafico, a cui è dedicata fin dal titolo la quarta delle cinque sezioni in cui è suddivisa l’opera, ma che è ben presente anche nella terza, eponima. Ed è di un padre anche la voce straziata che si rivolge al figlio morto nella prima sezione, il poemetto   Cenere e silenzi , mentre nella seconda,   Pastore , chi parla è un giovane pastore a contatto con la silente bellezza della montagna e la grazia delle nuvole “beate di luce”, che «posano la testa, quiete, / su cuscini di silenzi...