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Il nero fiorire d'aprile

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In italiano o in dialetto, la poesia di Remigio Bertolino è sempre intessuta di immagini potenti, solide, concrete: le “lune d’ambra”, i “cieli di ametista”, “l’acciarino di luce”, i “funamboli del tempo”, i “girotondi di péste”, le “ribeche di speranza”, il “narciso di luce”… Ogni lirica pullula di immagini in un crescendo di intensità e bellezza, immagini che attingono prevalentemente dai campi semantici della natura, dei minerali, degli oggetti umili e acquisiscono subito l’assolutezza dell’emblema. Si direbbe che le parole in Bertolino si attraggano spontaneamente in combinazioni imprevedibili, sorprendenti ma in qualche modo “naturali”: in questo modo si aprono senza sforzi e distorsioni a un significato ulteriore, al di fuori delle convenzioni linguistiche ma non della realtà delle cose, che anzi svelano scandagliando abissi altrimenti indicibili. Il poeta è un ipersensibile sismografo, che coglie tutta l’irreparabilità del terremoto da cui siamo stati travolti e la denuncia ...

Il pozzo e l'ago

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Ho letto un libro toccante, soave, bellissimo. Illuminante e penetrante. Arricchente e confortante. Non è un romanzo né una raccolta di poesie, ma un saggio “intorno al mestiere di scrivere”. Scritto da uno che sa scrivere. E sa farsi leggere. E farsi ascoltare. Uno che insegna anche quando dice di non volerlo fare, anche se non vuole darlo a vedere. Insegna perché è un vero professore, nel senso più alto e nobile del termine. Cioè è innanzitutto un uomo di studio e di cultura, che mette la cultura al servizio della vita. E degli altri. Non ne fa sfoggio, non la fa pesare calandola dall’alto di una lingua ermetica, specialistica, da addetti ai lavori, ma nemmeno la svilisce appiattendola nella banalità della chiacchiera, nell’ossequio alle mode. È un uomo che crede alla Cultura intesa come patrimonio di conoscenze che permette di vivere con più equilibrio e consapevolezza, che arricchisce di umanità, che aiuta a morire più serenamente. Per questo insegna, per condividere la cultura con...

Il fascino dell'altrui mestiere (intervista impossibile ad Andrea Camilleri)

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Vengo subito al sodo. Come mai uno che ha studiato all’Accademia d’arte drammatica, e di professione faceva il regista e lo sceneggiatore, ha deciso di scrivere, romanzi per giunta? Non le piaceva il suo mestiere? Vede, ero stanco di raccontare le storie d’altri con parole d’altri, volevo raccontare una storia mia con parole mie. Da giovane avevo scritto poesie e brevi racconti, non so perché mi sia venuta l’idea di scrivere un romanzo. Comunque l’ho scritto, l’ho finito nel ’68, ma l’ho pubblicato solo nel ’78. Perché c i ha pensato sopra per dieci anni, prima di darlo alle stampe ? Sarò sincero: l’ho mandato a quattordici editori, di serie A, B, C, e D, e nessuno ha voluto pubblicarlo. Mi dicevano: «No, non ci piace com’è scritto». Nel ’78 un mio amico sceneggiatore mi propone di farne uno sceneggiato per la televisione, e allora un editore, Lalli, mi pubblica il romanzo  Il corso delle cose  – che però non ha quasi nessuna distribuzione. E poi? Tutto ringalluzzito dal libro...

Il mio Monet

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  Una mostra, rispetto all’esposizione museale, ha a mio avviso due vantaggi: è “a misura d’uomo”, in quanto presenta un numero limitato di opere, ed è “sensata” perché le opere sono collegate in un percorso che ne favorisce la comprensione e la memorizzazione. La mostra “Monet dalle collezioni del Musée d’Orsay”, organizzata alla GAM di Torino da Guy Cogeval, Xavier Rey e Virginia Bertone, ne è una splendida conferma: raccoglie una quarantina di opere distribuite in   sette sezioni, tra il tematico e il cronologico, corredate da puntuali introduzioni e spiegazioni che permettono al visitatore di comprendere l’itinerario creativo di uno dei padri dell’arte moderna, ma non gli impediscono una fruizione più libera e… impressionistica, mossa dal puro piacere di “guardare” e dalle suggestioni provenienti dalle parole del pittore stesso, scritte sulle pareti: «Voglio soltanto rappresentare le mie impressioni davanti agli effetti più fuggevoli»; «Voglio dipingere l’aria, la bellez...

Dal diario di una professoressa

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Lunedì 9 giugno, sala insegnanti di un Liceo italiano, ore 15. Lo scrutinio precedente è in ritardo e siamo tanti, del Consiglio della 2D, in attesa: Carlo, fisica; Maria, matematica; Fausto, scienze; Enza, latino e greco; Giovanni, storia e filosofia e io, italiano. Praticamente potremmo fare un pre-scrutinio, mancano solo inglese e arte, educazione fisica e religione… I miei colleghi – ottimi insegnanti, che credono ciecamente nel loro lavoro e vi si dedicano senza risparmio – parlano dei ragazzi: io ascolto stupita, dal di fuori, e mi sembra di non avere niente in comune con loro, di vivere su un altro pianeta! Per loro gli alunni sono sostanzialmente degli “antagonisti” che cercano di fregarti in tutti i modi, da cui devi stare in guardia e che devi far stare in riga. Il rapporto docente-discente è sostanzialmente di tipo contabile: si può fare gli amiconi, ridere e scherzare con gli allievi, ma alla resa dei conti alla tale prestazione corrisponde la tale valutazione, se il voto è...

Letteratura e storia in Albert Camus

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Sessant’anni fa moriva in un incidente d’auto, insieme con il suo editore Michel Gallimard, Albert Camus, tre soli anni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la Letteratura. Una morte assurda, per cui si era anche avanzata l’ipotesi di un attentato – una morte che ha impedito a Camus di veder proclamata indipendente l’Algeria, nel 1962; una morte che gli avrebbe vieppiù confermato la legge dei contrasti che aveva segnato la sua vita lacerandola drammaticamente, come ben evidenzia Yvonne Fracassetti nel suo prezioso studio su   Albert Camus, figlio del Mediterraneo  (edizioni Gli Spigolatori, Mondovì 2011). La sua esistenza è stata marchiata a fuoco dalla Storia: nato nel 1913, è vissuto infatti in anni terribili, segnati da due guerre mondiali, da guerre coloniali, da totalitarismi neri e rossi. Suo padre è morto nel 1914, nella prima battaglia della Marna, ma è stato il colonialismo il fenomeno che più ha determinato il suo destino, facendolo nascere in Algeria, in un villag...

L'Occitania è viva nella musica dei Lou Dalfin

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Quello tenuto dai Lou Dalfin a Mondovì il 7 febbraio 2020 al teatro Baretti poteva sembrare un concerto occitano o un concerto rock o, come suggeriva il titolo, una “Vijà”, una veglia come quelle che si facevano una volta attorno al camino o nel tepore delle stalle, riempiendo di racconti il buio della notte, ma in realtà era contemporaneamente queste tre cose e anche altro: era una performance poetica/teatrale e un’operazione altamente culturale, di rivitalizzazione di una tradizione languente nell’unico modo possibile, ricreandola, perché “una tradizione è veramente morta se la si difende invece di inventarla” (Paul Veyne). È quello che ha fatto con la musica occitana Sergio Berardo, fondatore e anima dei Lou Dalfin da circa quarant’anni, inventandosi il genere del “ballo-canzone”, canzoni da ballare, balli da ascoltare – quelli che sono stati proposti, nel concerto al Baretti, da Sergio Berardo (voce, ghironda, flauti, cornamusa); Dino Tron (organetto, fisarmonica, cornamusa); Mario...