Casa Buddenbrook



Ricorrono quest’anno i 125 anni dalla pubblicazione dei Buddenbrook, il romanzo d’esordio di Thomas Mann (Lubecca, 6 giugno1875 – Kilchberg, presso Zurigo, 12 agosto 1955): per l’occasione, Margutte rilegge I Buddenbrook da una prospettiva obliqua, avendo come filo conduttore un particolare ambiente tra gli innumerevoli che in esso sono descritti, vale a dire le case dei Buddenbrook.

Se il sottotitolo del romanzo nell’originale è “decadenza di una famiglia” (Verfall einer Familie), si può ben dire che tale declino sia plasticamente proiettato nella vicenda delle case che la ricca famiglia di commercianti di Lubecca, protagonista del romanzo, di volta in volta abita e abbandona.
Il romanzo si apre con una festa sfavillante di candele e animazione, la festa per l’inaugurazione della casa, l’ampia antica casa della Mengstraße, che la ditta “Johann Buddenbrook” aveva comperato negli ultimi tempi e che la famiglia abitava da non molto. Con questa grandiosa scena iniziale il narratore presenta tre generazioni di Buddenbrook: i nonni Antoinette e Johann Buddenbrook senior, il loro figlio Johann – detto alla francese Jean – con la moglie Elisabeth Kröger, e i nipotini Antonie chiamata in famiglia Tony, il primogenito Thomas e Christian.
Tutta la prima parte del romanzo, delle undici in cui è suddiviso, è dedicata al racconto di questa festa, e quindi alla celebrazione della casa che è insieme magazzino, uffici e abitazione, elegante ma non sfarzosa, comoda (per i tempi) ma senza eccessi di frivolezza, solida e signorile. La casa è lo specchio di coloro che la abitano: gli esponenti di un’agiata borghesia mercantile – immagine per Mann dell’umanesimo occidentale – che ha costruito la propria fortuna sulla coincidenza tra vocazione e destino, su una garanzia trascendente di cui è espressione la fede luterana dichiarata dal motto scolpito sul frontone “Dominus providebit”.

Il romanzo ruota intorno agli eventi cruciali della storia di una famiglia – nascite, matrimoni, malattie, funerali: all’inizio della seconda parte nasce un’altra piccola Buddenbrook, Clara, e il padre Jean, seduto nella stanza della colazione alla grande scrivania marrone che stava dinanzi alla finestra, si china su un libretto dalla copertina di pelle sbalzata, il taglio dorato e vi scrive solerte e senza soste… Questo libretto, sul quale sono annotati tutti gli avvenimenti della famiglia, è per così dire l’elemento catalizzatore del romanzo, la visualizzazione, la materializzazione del “cordone ombelicale del tempo” che collega tra loro tutti quanti i Buddenbrook – e, in un gioco di specchi, è la controfigura, l’incunabolo del romanzo di Mann: la proiezione del romanzo dentro se stesso, in una vertigine di autoironia.
La narrazione della seconda parte culmina nella morte dei due nonni, prima M.me Antoinette, presto seguita dal marito. Con la loro scomparsa, la casa diventa subito troppo grande, quasi una sciagura: la moglie del giovane console vorrebbe assumere un domestico in più, per poter pulire regolarmente tutte le stanze, ma Jean si oppone, per ragioni di bilancio: nella sua ottica commerciale tutto si traduce in uscite ed entrate, che devono sempre essere in equilibrio. Di conseguenza, lo stile di vita dei Buddenbrook è improntato ad una agiatezza solida, ancorché un po’ greve, e non regge il confronto con la sfavillante ricchezza che balza agli occhi nella villa fuori porta dei nonni Kröger, dove Tony Buddenbrook trascorre le estati. La casa signorile è lo specchio delle abitudini di vita di chi vi abita, e queste a loro volta rivelano un atteggiamento di superiore disinvoltura e larghezza nel comportamento e nelle cose, che è un tratto tipico dei nonni ma non sarà trasmesso alle generazioni successive: questo decreterà il declino irreversibile della famiglia. La seconda parte del romanzo si conclude comunque ancora con un’apoteosi della famiglia e della casa, con la narrazione dei Natali nella Mengstraße.

La terza parte si apre con un’altra scena “en famille”: siamo questa volta nel giardino, perché è giugno e dentro, nel padiglione…l’aria era troppo chiusa e soffocante, ma il giardinetto di città non è che una stanza della casa “all’aperto”. Il quadretto sarebbe veramente idilliaco, se non comparisse un nuovo personaggio, quasi come elemento di disturbo: è il commerciante di Amburgo Bendix Grünlich, pretendente alla mano di Tony. Il corteggiamento si tradurrà, dal punto di vista dello spazio, in un movimento da fuori a dentro: ritroveremo il signor Grünlich prima in strada, poi invitato a pranzo nella “sala dei paesaggi”, e infine sarà presente – solo con una lettera, però – nella più intima “saletta della colazione”, dove si svolge un dialogo tra padre, madre e figlia sulla richiesta di matrimonio contenuta in quella lettera. Grande è la resistenza di Antonie all’idea di sposarsi, per di più con quel tipo, che trova proprio insulso (p.89), e solo la prospettiva di abitare in una casa con portiere di seta, come quelle che c’erano nel salotto dei nonni attenua un po’ la sua insofferenza per i favoriti giallo oro, il volto roseo e sorridente con il porro vicino alla narice, i passetti corti dell’innamorato. Alla fine, la ragione principale che induce Tony al matrimonio è quello che potremmo chiamare “il culto della casa”: lei è quella più legata alla dimensione della casa, vista come “status symbol”, come oggettivazione e manifestazione della potenza e della ricchezza della famiglia, che per Tony è sempre quella di nascita (infatti il suo matrimonio si concluderà con un divorzio, e lo stesso succederà con il secondo).

Dopo il matrimonio di Tony, celebrato nel vestibolo a colonne della casa paterna, l’altro snodo nella storia della famiglia è costituito dalla morte del capofamiglia e titolare della ditta: è una domenica pomeriggio, i Buddenbrook erano nella stanza dei paesaggi e aspettavano il console che, al piano di sotto, stava ancora vestendosi quando arriva di corsa, spaventatissima, la cameriera, a riferire che il signor console sta male. È un colpo apoplettico, e a nulla vale l’intervento del medico, prontamente chiamato: per Johan Buddenbrook non c’è più nulla da fare. Così si chiude la quarta sezione del romanzo.

La quinta parte si apre con la riunione della famiglia per la lettura del testamento, che dà luogo ad un “passaggio di consegne” tra una generazione e l’altra. La riunione si tiene nella sala da pranzo, sotto lo sguardo delle divinità dipinte che si stagliavano bianche e orgogliose sui loro piedistalli contro lo sfondo azzurro cielo, e l’autore vi dedica un intero capitolo, sottolineando così l’importanza di questo momento cruciale nella storia della famiglia, ma i fatti salienti di questa sezione sono due matrimoni: quello di Clara con il pastore Tiburtius e quello di Thomas con l’olandese Gerda Arnoldsen, il più importante dal punto di vista “dinastico”, perché sarà Gerda la madre dei futuri Buddenbrook. Mann lo racconta passando… da casa a casa: nel cap. VIII gli Arnoldsen (la promessa sposa e il padre) vengano accolti nella casa Buddenbrook della Mengstraße, e nel capitolo immediatamente successivo i novelli sposi, di ritorno dal viaggio di nozze in Italia, prendono possesso della graziosa, piccola casa nella Breite Straße di cui la cognata Tony ha curato per loro l’arredamento, durante la loro assenza.  […] La sala da pranzo, con una pesante tavola rotonda e le pareti rivestite di tappezzeria rosso scuro damascata, cui erano appoggiate sedie di noce intagliato con i sedili di paglia e un massiccio buffet. C’era poi una comoda stanza di soggiorno tappezzata di stoffa grigia, che una portiera separava da un salottino con poltrone di reps a righe verdi e un balcone […]

Mentre la casa della Breite Straße diventa subito un fulcro della vita mondana della città (anche a questo servono le case…), come conseguenza del matrimonio di Thomas nella vecchia casa Buddenbrook l’animazione resta al pianterreno, dove si trovano gli uffici della ditta, mentre i piani superiori sono ormai vuoti e solitari: da qui in avanti la narrazione si concentrerà essenzialmente sulle vicende della nuova famiglia Buddenbrook, quella di Thomas, che nella settima sezione raggiunge il culmine del fulgore: tutte le benedizioni della sorte sembrano piovere su di essa. La sezione si apre infatti con uno squillante annuncio: Battesimo!… Battesimo nella Breite Straße! e la cerimonia del battesimo del piccolo Hanno Buddebrook si svolge in casa, tra la sala dove un tavolino è stato vestito da altare e ornato di fiori, il salotto e il soggiorno, dove la cameriera colma di panna montata molte tazze di cioccolata bollente fitte fitte su un enorme vassoio da tè rotondo con le impugnature dorate a forma di conchiglia, mentre il domestico Anton affetta una maestosa torta a piramide e la signorina Jungmann dispone confetti e fiori freschi in coppette da dessert d’argento – tutti particolari che “visualizzano” l’atmosfera raffinata della casa.
Un anno dopo il battesimo, in seguito alla morte di un senatore della libera città di Lubecca, il console Buddenbrook viene chiamato ad occuparne il posto: è il massimo onore sociale, non solo per il singolo cui questa carica viene conferita, ma anche per la famiglia, il cui stemma d’ora in avanti sarà collocato nella sala d’armi del municipio. Un anno dopo ancora, il senatore Buddenbrook cominciò a riflettere sul progetto di costruirsi una nuova grande casa. Il tema della casa, del “farsi” una casa, raggiunge qui la sua apoteosi, ma insieme mostra la sua ambivalenza, perché – commenta il narratore – chi è felice non si muove. Nelle intenzioni di Thomas Buddenbrook – e agli occhi di sua sorella Tony – la nuova casa avrebbe dovuto essere l’equivalente materiale, lo specchio, il riflesso della nuova grandezza cui era assurta la famiglia, da quando lui era stato nominato senatore e la ditta prosperava come non mai, ma al contrario da qui in avanti la parabola della famiglia Buddenbrook non sarà che in discesa: la morte della sorella Clara, la malattia del fratello Christian, problemi negli affari, perdite economiche…
A ciò si aggiunge la guerra (la guerra Austro-Prussiana finita con la pace del 1865), che “entra” letteralmente nella nuova casa del senatore Buddenbrook, con i passi degli ufficiali prussiani sui parquets della fuga di sale al piano nobile e con i materassi trascinati nel “portale”, l’antico padiglione del giardino, per acquartierare i soldati in transito.

Anche nella parte ottava lo spazio in cui si muovono i personaggi, lo sfondo degli avvenimenti – positivi o negativi che siano – è quasi sempre quello domestico. Nella narrazione si intrecciano le celebrazioni per festeggiare il centenario della ditta e alcune giornate del piccolo Hanno, in particolare un suo Natale: ma ora le feste, più che costituire occasioni di gioia, diventano appuntamenti con il destino, le ombre si allungano nell’animo del capofamiglia Thomas e intorno a lui, né lo sfavillio dei prismi di cristallo dei lampadari basta a fugarle…  Le case non offrono protezione ai personaggi, ma sono lo sfondo, il teatro delle crisi: così il soggiorno al primo piano della casa della Fischergrube, con i mobili rivestiti di reps verde oliva, assiste impassibile alla metamorfosi del senatore Buddenbook: l’espressione vigile, avveduta, amabile ed energica del volto, che quell’uomo sfoggiava sempre in società, cade come una maschera e lascia il posto ai segni di una tormentosa stanchezza, quando rimane solo. A quarantadue anni Thomas Buddenbrook si sente sfinito, non più “padrone delle situazioni”, ed è convinto che fortuna e successo per lui siano finiti. La “teatralizzazione” della casa è il corrispettivo della “recita” che il personaggio si impone, come conseguenza della scissione sempre più netta, in lui, tra ruolo sociale, “facciata” esteriore di sicurezza decisionista, e intima fragilità.

Nelle ultime tre sezioni del romanzo le cose precipitano: la nona parte si apre con la malattia e la morte della madre di Thomas, Tony e Christian, l’ultima esponente della seconda generazione dei Buddenbrook, e si chiude con la vendita della casa della Mengstraße: ancora una volta, gli ambienti della casa dominano la scena, trasformandosi prima in stanze d’ospedale, poi in camera ardente; in un secondo momento la casa viene per così dire “saccheggiata”  sia dalla servitù, che svuota gli armadi dai vestiti e dalla biancheria della defunta, sia dagli eredi, che se ne spartiscono i mobili, l’argenteria, i servizi di stoviglie e il corredo, non senza un feroce litigio tra i due fratelli; infine diventa oggetto di una transazione commerciale e, tramite un mediatore, viene ceduta addirittura ai rivali di sempre, gli Hagenström, nonostante le sdegnate proteste di Tony, che minaccia di chiudersi in una stanza e impedire l’accesso ai futuri acquirenti. Ma il suo è un “no” impotente, gli affari sono affari… Gli dei sorridenti sullo sfondo delle azzurre tappezzerie nel salone dei Buddenbrook non si allontanano né vengono detronizzati da Titani o da giovinetti ribelli, cambiano semplicemente padrone come accade quando l’Olimpo è in vendita. E la scritta sopra il portone della grande casa della Mengstraße, Dominus providebit, sarà di auspicio anche per il nuovo proprietario, il console Hagenström, tenace e fortunato parvenu. Thomas, da freddo uomo d’affari quale vuol essere, non lascia spazio alle ‘ragioni del cuore’, alla suggestione dei ricordi, così importanti per la sorella: ma mentre rinnega il valore “personale”, simbolico-affettivo, della casa paterna, ne riconosce la funzione sociale, la capacità che una casa come questa ha di trasmettere prestigio, di conferire un nuovo status sociale, una nuova dignità a chi la abita.

Nella decima parte la narrazione ha come sfondo pressoché immutabile casa Buddenbrook: soltanto nel terzo capitolo ci si sposta al mare, a Travemünde, dove il piccolo Hanno trascorre le vacanze estive – quattro settimane di felicità assoluta, quattro settimane di quieta e spensierata solitudine, tra l’odore delle alghe e il dolce sciacquio della risacca…
Hanno, con la sua sensibilità artistica, la sua musicalità, è una figura delicatissima e inquietante come la madre: la musica la fa straniera rispetto alla famiglia Buddenbrook, e solo con uno straniero, il renano Reneé von Throta, sottotenente in un battaglione di fanteria di guarnigione in città, trova proprio grazie alla musica un’intesa profonda e misteriosa – e ancora una volta tutto avviene all’interno della casa della Fischergrube. Il tenente von Throta, che suona egregiamente pianoforte, violino, viola, violoncello e flauto, si reca regolarmente in casa Buddenbrook per suonare con la signora, ma rifiuta quasi tutti gli inviti ufficiali che gli vengono rivolti dal senatore, come se gli interessasse mantenere soltanto quei contatti liberi e privati con la moglie… Thomas, seduto alla sua scrivania, sente risuonare nella sala di sopra armonie che, tra canti, gemiti ed esultanze sovrumane, si innalzavano quasi mani disperatamente tese o giunte e, dopo estasi folli ed errabonde, sprofondavano esauste e singhiozzanti nella notte e nel silenzio, e per lui quel silenzio troppo profondo e inanimato per non suscitare terrore costituisce la vera tortura. Non un passo faceva vibrare il soffitto, non una sedia veniva smossa: la casa diventa per il senatore come una cassa di risonanza, uno scrigno di indizi indecifrabili, o meglio un oracolo che, per quanto ansiosamente interrogato, non dà risposte. Thomas non può far altro che camminare su e giù per la casa, dal pianterreno allo spogliatoio al primo piano, dal vestibolo al giardino, incapace di trovar pace da qualche parte, sempre in ascolto e in agguato, pieno di pena e di vergogna, schiacciato e incalzato dalla paura dello scandalo privato e pubblico.

Ma un altro, ben più tormentoso rovello assillava in quel tempo il senatore Buddenbrook, che a 48 anni, dato il peggioramento delle sue condizioni fisiche, sentiva sempre più vicina la morte, scoprendosi purtroppo disperatamente immaturo e impreparato ad essa. Questa volta, però, il personaggio trova una risposta al problema della morte in un libro (Il mondo come volontà e rappresentazione del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer) – e ancora una volta la casa è coinvolta in questa ‘illuminazione’ interiore. Era lì in quel padiglione, nella piccola sedia a dondolo di vimini gialli, che restò a leggere un giorno per quattro lunghe ore, con interesse sempre crescente, un libro che, un po’ per caso e un po’cercato, gli era capitato fra le mani… Dopo la seconda colazione, la sigaretta fra le labbra, lo aveva trovato nella saletta da fumo, in un angolo recondito della libreria, nascosto dietro dei grossi volumi […].
Thomas Buddenbrook però, dopo una così appassionata lettura, si riterrà non all’altezza di tanta filosofia, si lascerà totalmente riassorbire dagli affari e dalle sue cure maniacali per il suo aspetto fisico, e preferirà prepararsi alla morte mettendo ordine almeno nelle cose materiali, con la stesura del testamento.
E la morte non tarderà ad arrivare, facendosi beffe della preoccupazione per la pulizia e l’eleganza sempre dimostrata dal senatore. In un giorno di gennaio, di ritorno dal dentista che aveva tentato invano di estrargli un molare, ovviamente senza anestesia, ma era riuscito solo a spezzarlo, Thomas crolla improvvisamente a terra, a faccia in giù nel fango e nella neve sporca della strada: viene portato ancora vivo a casa, ma è incosciente, e spirerà nel suo letto, dopo alcune ore di agonia. La sua salma, vestita di seta bianca, nella cassa imbottita di seta bianca, sarà esposta nel salone, trasformato in una sontuosa camera ardente, e la sorella Tony organizzerà per lui un funerale altamente signorile, con una cerimonia funebre – svoltasi prima in casa, poi al cimitero – veramente grandiosa e teatrale: l’ultima “recita” di Thomas Buddenbrook…

Nell’ultima sezione del romanzo Gerda vende la grande casa della Fischergrube per trasferirsi in un villino fuori porta, più adatto alle mutate condizioni della famiglia e meno costoso da mantenere. Ma di lì a poco anche il piccolo Hanno muore, di tifo, e la madre sei mesi dopo lascia Lubecca per ritornare dal padre, ad Amsterdam. Nel salotto della sua nuova casa si riuniscono per l’ultima volta le donne superstiti – parenti e amiche – per congedarsi da lei: la “dinastia” dei Buddenbrook è giunta alla fine.

*

Per la cronaca, Mann lasciò Lubecca a diciott'anni, dopo la morte del padre, per andare a studiare a Monaco, e rivide la casa nella Mengstraße (la casa dei suoi nonni) solo due volte: nel 1931, quando Lubecca volle festeggiare il proprio figlio insignito del Nobel, e poco prima di morire, dopo la guerra e l’esilio in America. Oggi la casa di Lubecca, ricostruita dalle macerie della guerra, è chiamata “Buddenbrookhaus” e ospita un museo che permette ai visitatori di sentirsi… a casa Buddenbrook.

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