Musica sull'acqua. Omaggio a Claudio Monteverdi
La Crociera Musicale Monteverdi è una crociera fluviale sul Po organizzata dal Festival Monteverdi di Cremona e dalla società “Navigare in Lombardia”, che tocca le tre città dove Monteverdi visse, Cremona appunto, Mantova e Venezia, dove morì. È una crociera musicale perché prevede tre concerti: uno a bordo della nave, durante il primo giorno di navigazione; uno la sera stessa a Mantova, in Palazzo Ducale; l’ultimo il giorno dopo, all’arrivo a Venezia, nella chiesa di San Rocco dove Monteverdi ha suonato, a due passi dalla chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari dove è sepolto – ma dei concerti parlerò in conclusione.
Il Po, che dalla sua sorgente ai piedi del Monviso fino a Moncalieri ha la vitalità capricciosa di un torrente alpino, da Torino in poi cambia pelle e a Pavia, dopo la confluenza con il Ticino, diventa un fiume liscio e maestoso come il Nilo, diverso in questo da tutti gli altri grandi fiumi europei. Navigare un fiume riporta immediatamente a Eraclito e al suo ammonimento: “Tutto scorre, nello stesso fiume ci bagniamo e non ci bagniamo”: ma anche a Hesse, al suo Siddharta e alla saggezza del traghettatore Vasudeva, persuaso dell’impermanenza del Tutto: «Quest’acqua correva e correva, correva sempre, eppure era sempre lì, era sempre e in ogni tempo la stessa, eppure in ogni momento nuova!». Che maestro, il Po…
La crociera, che parte da Cremona, prevede il contatto con diversi ambienti acquatici: quello del Po, che si discende da Cremona fino a Casalmaggiore; quello del Mincio, che si risale dal suo sbocco nel Po presso Sacchetta di Sustinente fino a Mantova e ai suoi laghi fioriti di ninfee e loto; il Canale di Valle, l’idrovia artificiale che collega l’Adige al Brenta e alla Laguna Veneta (da Cavanella d’Adige a Chioggia), e infine la Laguna stessa, da Chioggia a Venezia, la città favolosa, irreale, che “agli sguardi riverenti dei navigatori che si avvicinano presenta quell’abbagliante composizione di edifici fantastici”, per dirla con Thomas Mann.
La navigazione fluviale è anche un viaggio nel tempo, perché lungo quei fiumi gli insediamenti umani risalgono alla notte dei tempi, i popoli si sono succeduti ai popoli (in disordinato elenco: Veneti, Fenici, Etruschi, Celti, Romani, Longobardi, Italiani…) e i fiumi sono rimasti, e gli abitanti delle loro rive hanno dovuto affrontare sempre gli stessi problemi: le piene, le esondazioni, le secche, la navigazione, i ponti… La tecnica oggi ci dà strumenti ben più potenti che in passato, per risolverli: l’uomo può fare argini e conche, piazzare idrovore, porte vinciane o chissà quale altro marchingegno, dragare il letto del fiume dalla sabbia o scavalcarlo con ponti sempre più lunghi e più larghi – ma rimane un essere in balia della Natura, l’ultima parola spetta sempre al Fiume, e alle Maree.
Le maree e il loro moto alterno regolato dalla Luna coinvolgono in particolare quell’ambiente unico di acqua salmastra che è l’immensa Laguna Veneta, dove gli uomini hanno l’illusione di camminare sulle acque, ma le imbarcazioni devono muoversi rigorosamente all’interno delle vie segnate dalle ‘bricole’, per non incagliarsi. La Laguna è separata dal mare Adriatico da due lunghissime isole-cordone, Pellestrina e Lido, e comunica con il mare attraverso tre varchi, le cosiddette “bocche di porto” del Lido, di Malamocco e di Chioggia. Su di essa galleggiano circa 200 isole – di cui 124 compongono Venezia – e vivono circa 110.000 abitanti.
Arrivare a Venezia dalla Laguna significa trovarsi immersi in un campo di forze in tensione, entrare in contatto con la natura segreta della città a nessun’altra uguale, significa toccarne con mano, stupiti e increduli, la natura doppia, anfibia, e il rapporto insieme intricato e limpido delle sue due anime, la terrestre e l’acquatica – in perenne conflitto fra di loro, eppure indissolubilmente legate dalla ricerca di quel miracoloso punto di equilibrio tra gli opposti in cui nasce la Bellezza.
Dal punto di vista musicale si è trattato di un viaggio a ritroso nella storia della musica, che partendo da una musica solo strumentale, ma cantabile e ‘affettuosa’ come quella di Vivaldi (primo concerto), ha permesso di toccare con mano la palpitante teatralità di Monteverdi, a cui è stato interamente dedicato il secondo concerto, in contrasto con la severa ritualità precedente (terzo concerto).
Quest’anno assume un significato tanto più rilevante in quanto ricorrono i 450 anni dalla nascita dell’artista che ha rivoluzionato la musica, abbandonando la rigidità del cantus firmus gregoriano e del contrappunto cinquecentesco in favore di un’espressività emotiva nuova. Monteverdi ha realizzato un’inedita alleanza tra poesia e musica, ispirandosi a testi poetici come i sonetti di Petrarca o i madrigali di Tasso o episodi della Gerusalemme Liberata per tradurli in melodia e armonia, e con il suo Orfeo ha inventato il dramma per musica, da cui discende l’opera lirica in tutte le sue declinazioni, fino ad arrivare alla canzone moderna.
Anche il Po ascoltava la musica incantata del primo concerto, che riempiva il suo silenzio e lo accompagnava nel viaggio verso la foce: a esibirsi sul ponte della motonave Stradivari, l’ammiraglia della nostra flotta fluviale, l’ensemble Il Tetraone (Analiz Ojeda e Maria Grokhotova, violini; Alice Bisanti, viola; Paolo Ballanti, violoncello; Giovanni Valgimigli, contrabbasso) nel concerto “Alla rustica”, con musiche esclusivamente di Vivaldi. Grazie all’utilizzo di strumenti originali, allo studio filologico della partitura, alla cura del suono, il Tetraone realizza una lettura nuova dei sei concerti proposti, da cui risalta la ricca varietà dell’invenzione del compositore, a torto accusato di aver scritto sempre lo stesso concerto…
L’apertura è giustamente affidata a un’ouverture, la Sinfonia dell’opera L’incoronazione di Dario (RV 719), che inizia con slancio e fluente energia, prosegue con un tempo di danza traboccante di grazia e dolcezza e si chiude con un allegro frizzante e delicato, molto suggestivo.
Decisamente inconsueto il Concerto madrigalesco RV 129, che riprende la struttura della sonata barocca. Un materiale melodico proveniente dalla musica sacra e una complessa scrittura contrappuntistica diventano qui strumento di una severa meditazione sullo scorrere del tempo. Molto netto il contrasto con il successivo concerto “Alla rustica”, RV 151, che con il suo grezzo accompagnamento ‘imita’ melodie popolari suonate in campagna a una festa di paese. Dopo la solare e ‘rotonda’ tonalità maggiore di questo brano, con il successivo RV 128 si ritorna a una malinconica tonalità minore: ma questa volta al ritmo nervoso, sincopato della musica, all’armonia tesa e dissonante si intreccia il canto degli uccelli del Po…
Un’altra sorpresa è costituita dal “quarto concerto di Parigi” (RV 136), che racchiude al centro un andante con le viole in pizzicato, di dolcezza cullante e struggente cantabilità, un gioiello di intensità espressiva incastonato tra due tempi veloci che lo ‘alleggeriscono’ – un’invenzione armonica e melodica di sublime profondità.
Con l’ultimo concerto, RV 156, viene meno ogni punto di riferimento: tutto oscilla e ondeggia intorno, si creano le condizioni per il compiersi di una metamorfosi dannunziana, per accedere a un’altra dimensione. Sono note di insinuante malinconia, fremiti, sospiri, risentimenti, sussulti – una vera ‘enciclopedia delle emozioni’ che il genio di Vivaldi e la sensibilità degli interpreti squadernano davanti agli ascoltatori
Alla sera, il concerto monteverdiano di Mantova abbina invece voci e strumenti dell’insieme inglese Vox musica, diretto da Michael Berman. Fondato a Londra nel 1999, è composto da 14 cantori accompagnati da un’orchestra di due violini, violoncello, tiorba e organo. Il programma del concerto ha una raffinata struttura a incastri: aperto e chiuso dal Monteverdi sacro (il salmo Beatus Vir e il Gloria a 7, che incorniciano due mottetti di adorazione a Cristo, Christe adoramus te e Adoramus te, Christe) racchiude al centro il madrigale profano Chiome d’oro, di cui il Beatus Vir non è che una parodia, cioè il riutilizzo dello stesso materiale musicale, diversamente concertato, per un altro testo – a dimostrazione della compenetrazione tra repertorio sacro e profano in Monteverdi. Quello che gli premeva veramente era l’osmosi tra parole e musica: lui partiva da un testo – sacro o profano, in latino o in italiano – e lo ‘traduceva’ in musica, esprimendo attraverso i suoni, il ritmo e il loro rapporto le emozioni che quel testo gli suscitava. Monteverdi individuava in un testo le parole-chiave, le parole-tema e le metteva in risalto con la melodia e l’armonia delle voci, distribuendole fra di loro e ripetendole all’infinito, in un intreccio sempre variato, in cui strumenti e voci si rispondono e si sostengono mirabilmente. Il risultato è la costruzione di un edificio di labirintica armonia, senza peso né materia, un palazzo di Atlante da cui i cavalieri non sanno né vogliono più uscire – finché lo svanire dell’ultimo accordo nel silenzio non li riporta alla realtà – e si ritrovano dentro un altro sogno di bellezza: la Sala di Manto nel palazzo dei Gonzaga…
La crociera musicale si conclude a Venezia con il concerto della Cappella Pratensis “Visioni di gioia. La cappella di Hieronymus Bosch”. Il programma proposto da questo ensemble di sole voci maschili (Stratton Bull, Andrew Hallock, superius; Pieter de Moor, contra; Peter de Laurentiis, tenor; Pieter Stas, bassus) intercala le parti della Missa cum jocunditate di Pierre de la Rue (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei) a brani mariani attinti al repertorio gregoriano dalla Confraternita di Nostra Signora del paese natale di Hieronymus Bosch, ca. 1450-1516 – da cui il titolo del concerto. Anche la Missa elabora materiale gregoriano preesistente e legato al culto della Vergine (un’antifona dei Vespri della Natività di Maria). Come si faceva nel quindicesimo e sedicesimo secolo, gli interpreti cantano riuniti attorno a un unico leggio, leggendo la notazione originale da grandi libri corali. È il trionfo della voce umana allo stato puro: ciascun cantore è autonomo dagli altri, segue una propria linea melodica che si intreccia con le altre senza obbedire alle leggi del temperamento armonico: scalano vette e scendono negli abissi della scala tonale per poi risalirne con un sublime virtuosismo, capace ancora di sedurre gli ascoltatori con i suoi ricami di bellezza.
(giugno 2017)


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