Con Bijou alla ricerca della madre perduta




 P. Modiano, La petite Bijou, Gallimard, Paris 2001 (trad. it. Einaudi 2005)

«Erano passati una dozzina d’anni da quando non mi chiamavano più “Bijou” e mi trovavo alla stazione del metrò Châtelet all’ora di punta».

Questo l’inconfondibile incipit del primo capitolo, che contiene già tutti gli ‘ingredienti’ del romanzo, o meglio tutti i suoi temi (in senso musicale), come una vera ouverture: l’ambientazione parigina, un io narrante che in questo caso è una giovane donna, una fotografia della madre creduta morta in Marocco, l’incontro casuale con una donna dal cappotto giallo, e l’inizio della quête.

Messasi sulle tracce di quella donna che le ricorda sua madre, Bijou in realtà intraprende un viaggio nella memoria, per rimettere insieme i brandelli della sua “strana infanzia”, un’infanzia dolorosa e misteriosa, fatta di abbandoni e solitudini di cui la bambina non capiva la ragione. L’imperativo è: fare i conti col passato, a tutti i costi, per poter rinascere, per poter essere finalmente padrona della propria vita.

È inevitabile che, con tali premesse, il tempo del romanzo oscilli continuamente tra il presente e i vari passati, che come ere geologiche si sono stratificati nel Gran Canyon della memoria – e basta un niente a farli riaffiorare: un cappotto giallo intravisto nel metrò, la topografia di Parigi, la bambina di cui adesso Bijou è la babysitter, la luce verde di una radio… Ma non si tratta di madeleine proustiane, il passato ritrovato non arricchisce il presente, anzi, vi si sovrappone e interferisce con esso, imprigionando la protagonista in un labirinto senza uscita, dove “l’eterno ritorno dell’identico” è un incubo, non un punto fermo.

Due personaggi affiancano Bijou nella sua ricerca – che è piuttosto una fuga da un’indicibile oppressione: la farmacista che si prende cura di lei dopo un malore e il traduttore che parla almeno venti lingue straniere e la invita a confidarsi con lui, perché è “abituato a comprendere tutto”. Sono  incontri casuali, legami intermittenti, transitori: luci notturne che non rischiarano davvero il buio, ma per un attimo la fanno sentire meno sola nel suo abbandono, meno disorientata.

La narrazione è scandita da pause che non creano dei veri e propri capitoli, ma piuttosto dei movimenti in senso musicale, di durata e ritmo diversi, undici tempi di una suite francese. I primi sei, più brevi e incalzanti, pongono le basi per il dispiegarsi dei temi nelle successive tre partizioni, più ampie e lente; gli ultimi due sciolgono la storia per lo meno in senso ritmico, come clausole conclusive.

In questo modo Modiano sembra dirci che solo la scrittura, la scrittura di un romanzo, con la sua musicale architettura, può sciogliere i groppi interni, dipanare il groviglio degli inconsci rancori e risarcirci dell’amore perduto – non perché è finito, ma perché non ci è mai stato dato, come a Bijou non è mai stato dato l’amore fondamentale per un bambino, quello materno. 

«La cattiva sorte e i brutti ricordi si riassumevano per me in un solo volto, quello di mia madre»: la condanna è inappellabile, dato che nel romanzo tutto è filtrato dal punto di vista dell’io narrante, dall’ignoranza della bambina che gli adulti tenevano all’oscuro delle cose per proteggerla dal male (la droga? la guerra?).

La sua sarà allora una ricerca impossibile: non quella di un bene perduto, ma quella di un bene che non si è mai posseduto. Al lettore non resta che seguirla in una delle indagini “più incerte e commoventi che sia mai stata narrata”, in una storia malinconica raccontata con straordinaria delicatezza e levità.

(marzo 2015)

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